La rinascita dell'aristocrazia

Messa in un angolo la vera aristocrazia, quella antica che fondava la sua pretesa superiorità e i suoi vari titoli sul sangue, sulle presunte glorie degli antenati, ai poveri ricchi borghesi  del tardo impero, per elevarsi al di sopra dei comuni mortali, non restano che due tipi di titoli di cui fregiarsi: quelli finanziari e quelli di studio. Se è vero che ai piccoloborghesi (di solito son di sinistra) piacciono soprattutto i primi, che danno sicurezza, è tuttavia ai secondi che si affidano per coronarsi di lustro e di superiorità. Ebbene sì, i titoli di studio sono per loro i surrogati di quelli nobiliari. Al loro orecchio le varie abbreviazioni come "prof" e "dott" suonano con lo stesso argentino tintinnio che un tempo avevano i vari Cav., N.H., Co. e via dicendo...

Coerentemente, i nuovi nobili (non di sangue, ma "di facoltà"), sfoggiano tutto il loro più sincero disprezzo nei confronti di coloro che non posseggono il loro medesimo rango: "gli ignoranti", "i cafoni del volgo". E disprezzano tutti coloro che svolgono un qualsiasi lavoro manuale, in quanto di per sé un lavoro manuale è indegno di un essere civile. Né ammettono l'eresia che qualcuno possa raggiungere un punto di successo se egli non appartiene alla loro medesima classe accademica. 

Ma lo confessano i nuovi nobili di lauro questo loro sentimento di superiorità "intellettuale"? No, certo che no! Che tanto varrebbe per essi ammettere la loro intima natura di classisti (e il classismo, si sa, è cosa brutta!). E poi, saranno anche classisti, ma ancor più sono degli... ipocriti, e c'è quell'ineffabile piacere della contraddizione, dell'incoerenza non palesata. No, non lo confessano, il loro disprezzo, semplicemente gli scappa fuori come un rutto, così all'improvviso, quando qualcuno dà loro una pacca sulla schiena.

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