Neofeudalesimo
In economia ogni soggetto opera inseguendo il profitto. È un difetto? No, non direi: è la stretta logica dell'impresa. Oso aggiungere che è una necessità per l'impresa inseguire il profitto, così come per ogni organismo vivente è necessario trovare il nutrimento.
È meglio affidare i servizi essenziali alle imprese private o agli enti pubblici? Sono più bravi i privati a gestire i servizi, li fanno costare di meno e innalzano la qualità? Insomma, conviene?
L'osservazione che apre questo mio discorso risponde da sola alla domanda: se, infatti, ogni impresa ha come suo obiettivo fisiologico quello di portare il maggior lucro possibile ai suoi proprietari, è del tutto evidente che la stessa, per natura, non persegue affatto l'obiettivo di rendere alla cittadinanza il miglior servizio possibile al minor costo.
Un ottimo risultato per un'azienda é sempre il massimo del profitto ottenibile, e non un lavoro ben fatto consegnato al cliente a basso prezzo.
Il bene del cliente, che in questo caso è il popolo, sta in due cose: nella sua capacità di compiere delle buone scelte, e nella possibilità reale che ha di scegliere tra più offerte.
Per molti anni abbiamo avuto in Italia un'organizzazione dei servizi strategici essenziali basata sul settore pubblico. È il caso della scuola, della sanità, della telefonia, delle poste, della previdenza sociale, delle ferrovie e dei trasporti pubblici, della radiotelevisione, dell'energia elettrica, del servizio idrico.
Non era necessario fino a poco tempo fa che il cliente (il popolo), valutasse, distinguesse, scegliesse e vigilasse sul mercato per spuntare l'offerta migliore. Il mercato semplicemente non c'era e i servizi erano resi dal pubblico, oppure la scelta come nel caso del gas, veniva fatta, nel bene e nel male, dai funzionari e dai politici.
Oggi invece si impone un continuo orientamento nel confuso, fluido mercato delle offerte. Offerte molto spesso (se non sempre) ingannevoli, infestate di clausole contrattuali insidiose, nella cornice di una normativa che avvantaggia le grandi aziende a sfavore delle piccole, che producono disservizi e complicazioni per gli utenti, e non ostacolano affatto i furbacchioni.
Molte scelte sono affidate agli amministratori locali e altre ai governanti nazionali, ma in entrambi i casi sono tutt'altro che scontati i due elementi di cui sopra e cioè la capacità degli amministratori di distinguere l'offerta migliore e la possibilità di accedere da parte loro a più offerte nel mercato.
L'operazione di privatizzare il pubblico, ora in atto con la sanità e con l'acqua, ha già avuto un certo successo con i trasporti ferroviari, là dove si possono testare i cambiamenti avvenuti per gli utenti delle comunità più deboli, e per le poste, e in modo compiuto per la telefonia e per l'energia elettrica. Altri settori saranno vermizzati, come quello cimiteriale, o quello strategico scolastico e formativo.... Un nuovo medioevo si affaccia a noi, con nuovi signori e padroni, di piccoli e grandi feudi immateriali.
Se si trattasse di concorrenza leale fra enti pubblici e società private, di una gara a chi offre il meglio, niente da dire, potrebbe anche essere una cosa buona e giusta, ma il citato principio del verme solitario non ha nulla a che vedere con la concorrenza leale, è solo un pernicioso parassitismo.
Il privato offre la qualità solo nelle operazioni remunerative, abbandona i poveri e sceglie i ricchi, abbandona i pochi e sceglie i molti. Non è efficiente e non è efficace se non verso gli interessi dei propri soci, se non verso gli utili di bilancio. Soci che non sono il pubblico, e utili che non derivano affatto, come si vuol far credere, dai buoni servizi, ma dai servizi "furbi". Non c'è controllo che tenga, chi ha i soldi controlla chi non li ha, e se il privato ha più soldi del pubblico hai voglia a pretendere dei controlli.
Nel quadro della privatizzazione "da dentro" della sanità pubblica si collocano anche le unificazioni delle ULSS, che, come quelle dei comuni, sono ben lungi dall'essere un miglioramento della spesa pubblica, ma servono soltanto a ridurre gli spazi di controllo dei cittadini sui servizi loro destinati.
Certo, perché si allontanano, a piccoli passi, i centri di comando dal territorio. Si riduce, nel grande mare, il valore di ogni singola attesa, di ogni piccola comunità. Voglio appena ricordare come a grandi enti corrispondano quasi sempre buchi altrettanto grandi in bilancio, e altrettanto grandi disservizi, e grandi omissioni e grandi casi di malasanità, (non per questo volendo santificare ad ogni costo il "piccolo", che non sempre è bello per forza). In realtà smobilitare la sanità pubblica serve a spalancare le porte alle compagnie finanziarie (tante o poche che siano) che sono interessate a sfruttare una miniera d'oro appetitosa come quella dei servizi sanitari.
Il privato come il verme solitario che si insinua nel ventre del sistema pubblico e lo consuma da dentro: profitti ai soci e perdite ai cittadini.
Certo, perché si allontanano, a piccoli passi, i centri di comando dal territorio. Si riduce, nel grande mare, il valore di ogni singola attesa, di ogni piccola comunità. Voglio appena ricordare come a grandi enti corrispondano quasi sempre buchi altrettanto grandi in bilancio, e altrettanto grandi disservizi, e grandi omissioni e grandi casi di malasanità, (non per questo volendo santificare ad ogni costo il "piccolo", che non sempre è bello per forza). In realtà smobilitare la sanità pubblica serve a spalancare le porte alle compagnie finanziarie (tante o poche che siano) che sono interessate a sfruttare una miniera d'oro appetitosa come quella dei servizi sanitari.
Il privato come il verme solitario che si insinua nel ventre del sistema pubblico e lo consuma da dentro: profitti ai soci e perdite ai cittadini.

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